Le rovine del paesaggio contemporaneo

Diventa rovina quello che, nel tempo, si trasforma al punto da apparire sotto forma di traccia, senza scomparire del tutto. La rovina è lʼessenza dellʼoggetto costruito e poi abbandonato. Eʼ il risultato della mancanza di cura su ciò che ne avrebbe, sempre, bisogno.

Gilles Clement ci offre una prima definizione di rovina, che a differenza del sostantivo “délaissé”, usato in “Manifesto del terzo paesaggio” come rifiuto o spazio che deriva dallʼabbandono di un terreno precedentemente sfruttato e per cui termine specifico del paesaggio, vuole soffermarsi profondamente sul concetto di costruzione ed abbandono.

L’Italia è un esempio di come le rovine non necessariamente suggellano lʼinevitabile declino di tutte le opere dellʼuomo, ma possono anche ricordarci, sempre e nuovamente, il futuro possibile che in esse è sepolto, richiamano alle mente quanto grande fu Roma ed esercitano un impareggiabile potere sulla memoria. Ma sono anche “futuribili” nella misura in cui tutto raffigurano il futuro di tutte le cose. ! Nel nostro attuale momento di eccesso di informazione, livelli di risoluzione continuamente crescenti, spazio di archiviazione infinito, la memoria perde parte della sua importanza. Il ricordo di qualcosa avvenuto viene sepolto e riconvertito. Ad Hang Zhou, città a Sud Ovest di Shangai, come in vaste aree della Cina, si tende a demolire tanto rapidamente per far posto alla moderna urbanizzazione. Wang Shu, primo Prizker cinese, raccoglie materiali di scarto dalla demolizione di quartieri interi, per poi integrarli nelle sue costruzioni; definisce lʼarchitettura come un teatro, una scena di vita che inevitabilmente deve ricollegarsi alla memoria del luogo: riferimento ad una storia individuale o comune. Questo lavoro basato sulla memoria e sul recupero, porta lʼarchitetto a fare considerazioni sulle rovine di un villaggio della dinastia Dông, che risale a 3000 anni fa; la frequenza di tifoni in questa zona obbligò gli abitanti a ricostruire il villaggio più volte con urgenza, per tale ragione gli artigiani tradizionali recuperavano qualsiasi materiale degli edifici crollati per ricostruire ciò che il tifone aveva spazzato via.

Le rovine sono visibili simboli e spesso monumenti delle nostre società e delle loro evoluzioni, piccoli pezzi di storia in sospensione che vivono nel paesaggio. In Comporre lʼarchitettura, Franco Purini si interroga sul futuro delle rovine prodotte dalla contemporaneità: le rovine moderne sono per lo più scheletri in cemento armato, quello che è accaduto per i ruderi romani, cioè diventare oggetto di stimolo filosofico e artistico per l’uomo rinascimentale e romantico, potrà accadere nel prossimo futuro con i ruderi moderni. Questi oggetti contemporanei, che si fanno simbolo concreta di una modernità ormai ombra di se stessa sono frammenti o resti: il frammento, dal lat. frag-mèntum, dal verbo fràngere (rompere) è un pezzo di cosa rotta, di cui si sono perse le altre parti o il “torso” da cui deriva, la parte di una costruzione alienata dal proprio ambiente originario: ad esempio i marmi del Partenone rimossi dall’Acropoli e trasportati a Londra. Invece il resto: dal lat. restàre (rimanere). È ciò che rimane, per opposizione a ciò che se ne va per consunzione o asportazione. Il rudere vero e proprio, inscindibile dal suo paesaggio: ad esempio il Partenone e l’intera Acropoli ateniese. Gregotti sostiene che “Il frammento è uno strumento attraverso il quale è possibile individuare, per tratti discontinui, il tramite tra noi e le cose”, una parte che contiene il tutto, e che, allo stesso tempo, porta il segno di una violenza. Del resto anche l’intero (il resto) è un grande frammento in quanto anch’esso oggetto della violenza dell’asportazione.
Altri concetti distinti sono quelli di rovine e macerie. Lʼarchitettura, per definizione, è il luogo dellʼabitare ma anche un luogo che soffre dellʼequilibrio in tensione tra uomo e natura. In questo determinato equilibrio la rovina è il “giusto” sopravvento della natura sullʼuomo; la maceria è invece lʼarchitettura separata dal suo contesto.
La rovina esiste perché esiste il suo paesaggio, il luogo circostante; è un prodotto naturale di un materiale umano (come la sua architettura era prodotto umano di un materiale naturale). La rovina suscita domande esistenziali (che ne sarà di noi?); mentre la maceria ci pone a una più pragmatica presa di coscienza (come ci siamo ridotti?). La distinzione tra rovine e macerie è un diverso atteggiamento nei confronti del rudere, sono due letture spesso coesistenti.
Paolo Fancelli afferma che “Il frammento è alienato dal suo contesto mentre il rudere è saldato con il terreno e, se del caso, con la natura” : le rovine vivono in un determinato paesaggio, nella tradizione romantica la rovina è un puro ritorno della cultura alla natura, dove tutto quello che è stato estratto dallʼambiente ritorna allo stato originale. Dice Aldo Cibic “Le rovine in pietra che si trovano nei siti archeologici hanno un fascino speciale dovuto, oltre alla bellezza dellʼopera architettonica, alla natura che se ne impossessa: cespugli, alberelli, erbacce e fiori che crescono forzando gli interstizi” . Il paesaggio della rovina della città contemporanea è il luogo della naturalità spontanea che Clement chiama “Terzo Paesaggio”. “La Città Generica, come uno schizzo che non viene mai elaborato, non viene migliorata ma abbandonata. Lʼ idea della stratificazione, dellʼintensificazione, del completamento le è estranea: non ha strati (…). La grande originalità della Città Generica sta semplicemente nellʼabbandonare ciò che non funziona (ciò che è sopravvissuto al proprio uso), spezzando lʼasfalto dellʼidealismo con il martello pneumatico del realismo e nellʼaccettare qualunque cosa cresca al suo posto.” Così Rem Koolhaas legge il terzo paesaggio e ri-significa i luoghi urbani in rovina. La soluzione sembra essere lʼinterazione senza pregiudizi con qualsiasi cosa possa crescere in quel posto. Il Terzo paesaggio diventa luogo di fruizione prima che di intervento. Solitamente i luoghi sono abbandonato, dopo il loro uso, perchè non percepiti come desiderabili o funzionali. La tipica vegetazione spontanea degli spazi abbandonati ha tuttavia una sua qualità estetica e biologica. La storia sepolta in ogni paesaggio è già di per sè materia progettuale: un percorso è il risultato di una azione, si può formare camminando nelle erbacee, calpestandole e schiacciandole per creare un sentiero che durerà tanto quanto la nostra voglia di percorrerlo.
Il recente passato ha generato rovine contemporanee che non risultano più un lontano ricordo di quello che è stato, ma evocano un presente in cui la guerra, lʼabbandono, lʼincompiuto e il disuso sono protagonisti dell’esperienza collettiva. Questi “nuovi ruderi” impegnano i progettisti in una ricostruzione/interpretazione di interi pezzi di città abbandonati, degradati o distrutti dai conflitti violenti. A Ground Zero la ricostruzione deve inevitabilmente conciliare il ricordo con una visione del futuro. Anche la Gedächtniskirche di Berlino ovest è sostanzialmente “una rovina enorme senza grazia e senza pittoresco” ma costituisce un fondamentale elemento semantico in quanto agisce come potente ricordo del trauma collettivo della Seconda Guerra Mondiale. “Mentre tutto concorre a farci credere che la storia sia finita e che il mondo sia uno spettacolo, nel quale quella fine viene rappresentata, abbiamo bisogno di ritrovare il Tempo, per credere nella storia. Questa potrebbe essere oggi la vocazione pedagogica delle rovine”: John Brinckerhoff Jackson sostiene così la “necessità delle rovine” nel paesaggio urbano contemporaneo. Gustafson e Porter hanno progettato il “Garden of Forgivenes” a Beirut, attraverso una stratificazione di rovine classiche e medioevali, scoperte successivamente ai bombardamenti effettuati sulla città negli anni della guerra. Questo progetto propone il paesaggio delle rovine come mezzo di riconciliazione per riscoprire radici comuni e promuovere una convivenza pacifica.
Nelle città occidentali una speciale categoria di “rovina contemporanea” è rappresentata dalle vaste aree produttive dismesse in seguito alle deindustrializzazione. Sono diventate la materia prima per lavori di documentazione fotografica più o meno strutturati (da Gabriele Basilico ai coniugi Becher) o per le sperimentazioni artistiche di Annie e Patrick Poirier. Sul fronte della progettazione invece Peter Latz propone nel 1990 Landschaftspark Duisburg-Nord, un paesaggio post-industriale che rivoluziona l’approccio tradizionale cercando di studiare e accettare il fenomeno piuttosto che rifiutare ogni possibilità di reimpiego, sovvertendo il valore semantico e figurativo delle rovine industriali.
Secondo Latz, il progetto di questi nuovi spazi non può rispondere a tutte le domande, ma anzi deve lasciare questioni aperte, sopprimendo lʼimpulso istintivo di nascondere il caos.
Nel parco di Duisburg, l’impianto industriale originario, corrispondente alle antiche funzioni, viene preservato, ma il progetto prevede il disegno di una trama alternativa che crea nuove percorribilità e prospettive. Il paesaggio, del resto, non può essere “ripristinato”, come prevede la normativa italiana in caso di deturpamento. Il territorio modificato antropicamente non torna alla sua condizione iniziale ed i paesaggi risultano spesso inequivocabilmente compromessi. A fronte di un territorio profondamente modificato dall’attività edilizia il ruolo del progettista è piuttosto quello di governare il cambiamento, che spesso può coincidere col cambiamento entropico “l’architettura è il materiale, l’entropia lo sfruttamento e a noi spetta il compito di accellerare il fenomeno”.
Se la tendenza all’abbandono dovesse essere confermata nei prossimi decenni potrebbe essere realistico pensare a operazioni tese a realizzare un paesaggio ibrido di natura ed edilizia dismessa progressivamente degradata e degradabile, atti minimali di rivegetazione o parziale demolizione delle strutture. Nel paesaggio urbano la vegetazione ruderale, lungi dall’essere marginale, è ecosistema in espansione e potenzialmente prevalente nel futuro.

By Davide Traina

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