L’architettura per tutti



instagramcapture_122fd2dd-aae3-46fa-bf36-ab2efd3a2bb9La recente Biennale di Architettura, curatore l’architetto cileno Alejandro Aravena, ha costruito dei punti di vista più reali di quanto potevamo immaginare, distaccandosi dal tripudio celebrativo delle classiche “archistar” e soprattuto dell’architettura autoreferenziale, spettacolare ed egoistica. Unica eccezione di questi anni è stata la proposta di Rem Koolhas , che pur essendo concettualmente astratta, ha proposto un architettura autoriale e riflessiva, piacevole ed emozionante.

Tornando alla gestione cilena, credo che il punto di partenza sia la profonda crisi dell’architettura stessa, che parte sicuramente da un principio economico e più a larga scala, ma si definisce nell’aspetto di collegamento con i luoghi e le persone. Una delle continue accuse all’architettura contemporanea è la sua stretta ed unica correlazione con il mondo finanziario, dove i grandi e ricchi committenti gestiscono l’uso esclusivo di tale arte.

Questa Biennale ci mette invece in mostra l’altra parte della realtà, ponendosi in una posizione che mette al centro l’idea di architettura come “bene pubblico”, dove l’architetto non è autocelebrativo ed onnipotente ma bensì un mero e semplice prestatore di servizi che dà forma ai luoghi in cui viviamo.
«Da ora in poi l’architettura sarà davvero di tutti e per tutti. Così, oltre che ridurre i costi, le comunità potranno vedere i risultati ottenuti e i miglioramenti che queste architetture hanno già prodotto in altre situazioni». Partiva da queste parole Alejandro Aravena, quando, ancora prima di essere il curatore della Biennale, insieme al suo studio Elemental decisero di mettere in Rete i loro progetti. Che, attraverso il sito di Elemental (www.elementalchile.cl), possono oggi essere liberamente scaricati.

Il grande merito di Aravena è quello di essere riuscito a non assumere posizioni ideologiche e moraliste, che nel nostro gergo più becero chiamiamo “paraculate”, costruendo invece una mostra con la vocazione umanitaria e anti-spettacolare dell’architettura che finalmente si può vedere attraverso progetti chiari e divulgativi su temi cogenti, privilegiando i contenuti e approfondimenti reali di un architettura che si spiega da sola, senza salti immaginativi e indispensabili note testuali.

Detto ciò, troviamo diverse interpretazioni del tema:
Come direbbe Bob Dylan, Neo Nobel,And it’s all over now, Baby Blue(ed è tutto finito ora, bambina triste). Nella agghiacciante installazione di The Evidence Room si percepisce tutto quello che è finito. Ma non del tutto. La storia ci porta testimonianze e prove affinché sia provata una delle tragedie più disumane di sempre: Olocausto. Partendo dall’analisi forensica del campo di concentramento di Auschwitz, la mostra replica le caratteristiche degli spazi e dei luoghi di prigionia ricostruendo gli strumenti architettonici di detenzione e di tortura: frutto dell’accurata progettazione di ingegneri e di architetti al servizio del terrore. Prove di architettura pervertita e obbediente utili a difendere la realtà e la lezione dei lager di fronte ai negazionisti nel processo del 1996 di Robert Jan van Pelt.
La mostra presenta riproduzioni di vari materiali: venti calchi in gesso di lettere, disegni, fotografie, ordini di acquisto e fatture. Sono esibite anche ricostruzioni di camini e colonne dei forni crematori di Auschwitz. Le pareti completamente bianche e gli oggetti esposti sono visti come parte di un universo falsamente immacolato e sono una potente evocazione del passato e delle orribili intenzioni dei nazisti.
Koekister Bench, nella mostra SEDIAMOCI, ci pone una delle questioni più interessanti di sempre: La cultura urbana può arricchire il contesto urbano. Qua si mescolano identità urbane e contesto sociale attraverso il reportage dell’installazione di 10 panchine che senza il permesso delle autorità vengono posate. Dal momento della loro installazione tutte e dieci le panchine sono usate da migliaia di pendolari, turisti cittadini. Una panchina con connotati POP fuori contesto ma nel contesto sociale.

Interessante la riappropriazione intellettuale dello spazio di Sverre Fehn (Padiglione dei Paesi Nordici). Per anni immutato, ospitante ottimi progetti, oggi prende una via diversa e sociale per uno moderno spazio aperto. Tutto nel rispetto dell’opera del maestro norvegese.

instagramcapture_af7de175-2ab4-4fb3-be8b-f7ec7c2bdd6fL’improvviso mutamento delle condizioni sociali ed economiche ha destabilizzato in tutta europa il settore edile portando a un totale cambiamento delle prospettive odierne e future. Tale clima ha prodotto le “Rovine Contemporanee”, opere incompiute o abbandonate al destino del proprio tempo. Parte da questa ricerca il Padiglione della Spagna, per riproporci straordinarie occasioni progettuali in vicende monche, inespresse, in attesa. Medaglia d’oro a questa Biennale.

Altrettanto spettacolare e premiato (Menzione di Merito), il Padiglione Giapponese. Partendo anche qui dalla crisi internazionale del settore edile, i giovani progettisti ripensano a nuove tipologie di alloggi per una maggiore solidarietà e interazione sociale.

Mentre il Padiglione tedesco, Greco e Austriaco pongono degli interrogativi sui rifugiati ed immigrati, il Padiglione USA prende una deriva a dir poco disastrosa. In quel che rimane di una straordinaria Detroit (tema alquanto bello) progetti utopici senza senso ne riflessione. Progetti senza spirito ne un minimo dettaglio di intelletto.
Lavoro molto piacevole è il Padiglione del Perù, dove la mescolanza di sostenibilità e interazione culturale genera interessanti architetture scolastiche.

instagramcapture_b47b53b9-2117-4fb9-9104-32a79c21af1bAltrettanto interessante la Darzanà: un progetto sulla violazione delle frontiere e sull’ibridazione nel Padiglione turco. Entrati nell’edificio che raccoglie proprio il progetto della Turchia, ci si trova di fronte una struttura dalla fisionomia navale, lunga 30 metri di lunghezza e del peso di quattro tonnellate. La metacomplessa nave è stata costruita utilizzando più di 500 pezzi che comprendono sette chilometri di cavi di acciaio e materiali abbandonati trovati in loco, tra cui stampi di legno, mobili scartati, insegne e frammenti di barche. La vera sfida di questi curatori è nelle crescenti limitazioni tra i confini di religione, lingua, razza, nazionalità, etnia e genere. Il progetto mette in evidenza il patrimonio culturale e architettonico come un bene comune condiviso tra gli arsenali di Istanbul e Venezia.

Con dispiacere, mi tocca un commento sul mediocre lavoro del Padiglione Italia: qui il buon gruppo dei TAMassociati prende il tema con molta superficialità, parlando troppo di sociale e concretizzando ben poco. Interessante la struttura e l’esposizione, rimangono i contenuti il vero problema. Esempi visti e stravisti e soprattuto 5 progetti non riescono a creare una vera reattività. I curatori infatti hanno invitato cinque team di architetti ,accoppiati con associazioni, a proporre delle piccole architetture mobili in grado di attivare nuovi circuiti virtuosi. Al momento sono progetti sulla carta, ma con prospettive alquanto povere.

 

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Chiudiamo in bellezza citando un Progetto Speciale per la Biennale: Conflitti dell’era Urbana.
Un analisi comparativa della situazione architettonica, spaziale, urbana, sociale ed ambientale di sette importanti città come Istambul, San Paolo, Città del Messico, Shanghai, Addis Adeba, Londra. Dati che ci portano a diverse riflessioni sulla trasformazione degli ultimi 20 anni. Numeri e statistiche utili a comprendere i processi sociali e demografici se non architettonici come aveva già espresso, proprio nella precedente Biennale, il buon Rem Koolhaas.

 

 

Ci lasciamo nella magia dello studio di Zumthor: Haldenstein è un piccolo paese montano di 1000 anime, dove le case indicano una mancanza di cultura architettonica: lo stratificarsi dell’ antico e di ciò che è contemporaneo non avviene a discapito del primo, ma le due vicende si conciliano e in un qualche modo si contemplano, senza snaturarsi a vicenda. L’Atelier Zumthor si interpone tra queste due rappresentazioni temporali. Un atelier che rappresenta in tutto e per tutto il maestro anche nelle sue famose citazioni:

[bra_blockquote align=”center”]“Io provo a lavorare come una persona normale, come lavorava mia madre ad esempio, per seguire le necessità della funzione, dell’uso: cosa vuole il luogo, cosa chiede il luogo. Non è un lavoro accademico, questi riferimenti mi disturbano.”[/bra_blockquote]

Insomma è tutto una questione di “Reale”, meno compiacimento e più umiltà, meno social e più sociale. Insomma come ha determinato il buon Aravena in “REPORTING FROM THE FRONT” Biennale Architettura 2016.

By Davide Traina

Comments

  • Laura

    ottobre 15, 2016 at 2:31 pm

    Interessanti punti di vista che condivido.

    Aggiungerei delle note sulla presenza del progetto di Ando per Punta della Dogana, che seppur sembrando fuori tema rispetto alla Biennale odierna, è un luogo da visitare assolutamente.
    La ristrutturazione di Tadao Ando è sublime, gli spazi espositivi sono tutt’altro che un contenitore di arte privo di bellezza; percorrendo gli ambienti si possono scoprire scorci di Venezia inaspettati.

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