Sostenibilità culturale

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Qualunque considerazione sulle politiche culturali non può fare a meno dal prescindere dallo stato dell’arte del Paese: sempre più si sottolinea come le difficoltà economiche e sociali che esso sta attraversando siano d’ordine strutturale e dalla constatazione che a una mancanza di strategia per lo sviluppo si abbina una mancata politica per la cultura.
E’ indubbio che nell’ambito dell’operatività culturale gli attori hanno preso coscienza della necessità di un approccio manageriale nei confronti dei processi culturali, (cultura sostenibile), capace di fare propri non solo i concetti di efficacia e di efficienza ma anche quella della riproducibilità delle esternalità positive.
In un contesto di profonde modifiche strutturali, occorre chiedersi se può ancora reggere la distinzione tra
a) “lavori socialmente utili” e b) i cosiddetti “lavori pubblici”. Questa asimmetria potrebbe essere colmata se i policy makers assumessero come riferimento per le azioni in ambito culturale il concetto di “sostenibilità culturale”.
A livello di politiche pubbliche una presa di posizione in tal senso dovrebbe indurre l’amministrazione nazionale e quelle locali all’obbligatorietà di un documento di programmazione culturale integrata, ma perché ciò avvenga occorre un cambiamento di passo da parte dei decisori nell’ambito delle politiche pubbliche, i quali presa coscienza ormai dell’esistenza di una metodologia di progettazione culturale si orientino a stanziare un fondo per la progettualità in campo culturale.

Le politiche culturali potrebbero, così, assumere un ruolo nuovo nelle politiche pubbliche ed essere considerate strumento, indispensabile, dello sviluppo, inteso nella sua accezione primaria di capacità di “sbrogliare la matassa” (sine viluppo), individuando nuovi modi per raggiungere obiettivi economici ed occupazionali.